Daniele Biacchessi

Promomusic 2012

 

Cosa è accaduto in Italia tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945?

Una guerra civile oppure una guerra di Liberazione contro la dittatura fascista e l’occupazione tedesca?

I termini sono importanti per definire l’esito della Storia.

La guerra civile è un conflitto armato nel quale le parti belligeranti appartengono alla popolazione di un unico Paese.

In Inghilterra (1642 – 1660), America (1861 – 1865), Spagna (1936 – 1939), si sono combattute vere guerre civili.

Tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945, il nostro Paese é invece occupato dalle forze armate della Germania nazista e il nostro territorio si trasforma in un distretto militare alle dirette dipendenze di Adolf Hitler, tramite la Repubblica Sociale Italiana di Benito Mussolini, un protettorato tedesco, sfruttato dai nazisti per legalizzare alcune loro annessioni e per ottenere mano d’opera a basso costo.

In Italia si è dunque combattuta una guerra di Liberazione contro la dittatura nazista e fascista, organizzata sul piano logistico e militare da tutti i partiti e movimenti antifascisti italiani (comunisti, socialisti, democristiani, azionisti, demo laburisti, monarchici, anarchici), da soldati e ufficiali del disciolto esercito italiano dopo l’8 settembre 1943.

Una guerra di Liberazione riconosciuta e sostenuta dalle forze anglo – americane.

Fino alla vittoria finale.

E allora perché nei libri degli storici Giorgio Pisanò, Renzo De Felice, Claudio Pavone, Giampaolo Pansa, ricorre spesso il termine desueto di guerra civile?

Perché il concetto di guerra civile non viene da loro applicato anche al Risorgimento, alle cinque giornate di Milano, al Governo collaborazionista della Repubblica di Vichy in Francia di Philippe Petain, ai regimi fantocci filo nazisti di Vidkun Quisling in Norvegia, di Josef Tiso in Slovacchia, di Ferenc Szálasi in Ungheria, di Ion Victor Antonescu in Romania?

Le motivazioni sono diverse.

Giorgio Pisanò è un ex ufficiale della Repubblica Sociale Italiana, inquadrato nei Reparti Speciali della XMas del principe Junio Valerio Borghese.

Nel suo libro Storia della Guerra Civile in Italia 1943-1945, Giorgio Pisanò conia il termine guerra civile per offuscare la vittoria della Resistenza e per rendere meno greve la sconfitta del regime fascista da parte degli anglo – americani.

” Che cosa accadde veramente in Italia dopo l’8 settembre 1943? Quanto costò, in lacrime, sangue, orrori e distruzioni la lotta tra italiani? Quanti furono i partigiani e quanti i fascisti? Quanti i caduti da ambo le parti?

Lo storico Renzo De Felice, nel suo saggio intervista Rosso e Nero curato da Pasquale Chessa, giustifica così la sua teoria della guerra civile.

Ridurre gli avvenimenti del 1943-45 alla contrapposizione antifascismo-fascismo e alla lotta armata tra la Resistenza e la Rsi non è in sede storica sufficiente. Non basta a spiegare compiutamente né i rapporti interni alla Resistenza e di questa con gli Alleati, con il Regno del Sud e con la Resistenza jugoslava, né quelli della Rsi con la Germania.”

Più sviluppate sono le tesi sostenute da Claudio Pavone nel volume Una guerra civile.

Per lui, ex partigiano e antifascista, tra il settembre 1943 e l’aprile 1945 si sono combattute tre tipi di guerre: civile, patriottica, di classe.

Non ho mai detto che fu solo guerra civile; ho detto che la guerra civile fu uno degli aspetti di quanto accaduto nei venti mesi resistenziali… Io preferisco, anche per la prima delle tre guerre, la definizione di guerra patriottica a quella di guerra di liberazione nazionale. Il motivo è che nel dopoguerra in questo modo venivano definite proprio le guerre che univano la lotta di classe e la lotta patriottica, diventando quindi un’espressione forse ancora più intrisa di significato ideologico e politico rispetto a quella di guerra civile. Per di più nella formula “guerra di liberazione nazionale” resta qualcosa di imprecisato: da che cosa bisogna liberare la nazione?”.

Infine c’è il lavoro storiografico di Giampaolo Pansa, giornalista e scrittore, uno tra i primi divulgatori della tradizione della Resistenza in Piemonte e Liguria, ormai diventato alfiere del nuovo revisionismo.

Ne Il sangue dei vinti, Pansa descrive l’ondata di violenza successiva ai giorni della Liberazione.

Secondo Pansa, tra i giustiziati e le vittime vi sono certamente fascisti responsabili di stragi, militari e civili, ma anche persone legate solo lontanamente al fascismo e per questo punite ingiustamente da ex partigiani nel cosiddetto triangolo della morte, nel territorio compreso tra Castelfranco Emilia, Carpi e Mirandola e nell’intera provincia di Modena.

I dirigenti comunisti italiani intendevano indebolire un’intera classe, la borghesia, e sostituire il vecchio ceto dirigente con una nuova leadership in cui il Pci fosse pienamente rappresentato. È esattamente ciò che è accaduto dopo il 25 aprile, in tante località, anche piccole. Dove sono stati giustiziati il podestà, il segretario comunale, il medico condotto, la maestra, l’ostetrica, il possidente o il commerciante più in vista. […] Accoppando questa gente, e facendo sparire i loro corpi, si creava un vuoto che sarebbe stato riempito da un altro ceto….

Ma nel Sangue dei vinti, Giampaolo Pansa non spiega come si arriva agli omicidi commessi da una esigua minoranza di ex partigiani nell’immediato dopoguerra.

Pansa non racconta le violenze delle squadracce fasciste del 1921, la marcia su Roma, i numerosi delitti, i lunghi anni del regime, il carcere, l’esilio, il confino e le condanne a morte degli oppositori, l’emanazione delle leggi razziali contro gli ebrei italiani nel 1938, la fame, la sete, la povertà di un intero popolo, il collaborazionismo del fascismo con il nazismo, l’entrata in guerra, le campagne fallimentari in Russia, Grecia, Albania, Etiopia, Africa Orientale, i bombardamenti e la distruzione delle città, le torture subite dai partigiani da parte delle tante polizie segrete e compagnie di ventura della Repubblica Sociale Italiana, le 2274 stragi nazifasciste contro civili i cui fascicoli sono rimasti sepolti e occultati per quasi cinquant’anni nel cosiddetto armadio della vergogna, poi ritrovati soltanto nel 1994 nella sede del Tribunale Militare di Roma. a Palazzo Cesi, via degli Acquasparta.

Pansa non racconta le trattative segrete dei nazisti con gli alleati sul finire della seconda guerra mondiale, l’arruolamento di criminali nazisti nei servizi segreti americani nell’immediato dopoguerra in funzione anticomunista (Theodor Saewecke, Karl Hass, Karl – Theodor Schutz), neppure l’amnistia del Guardasigilli Palmiro Togliatti del 22 luglio 1946 che azzera i crimini compiuti dai repubblichini.

Perché nulla di tutto questo non si trova nei libri dei nuovi revisionisti?

Perché a loro interessano di più gli omicidi degli ex partigiani?

In un libro, la copertina racchiude il senso di un progetto.

E nella prima pagina de Il sangue dei vinti Giampaolo Pansa pubblica una foto tratta dalla Storia della guerra civile di Giorgio Pisanò.

Ritrae un uomo con le mani dietro la nuca, trascinato per le strade di Milano da un gruppo di partigiani armati.

Nella didascalia, in seconda di copertina, Giampaolo Pansa scrive che quell’uomo è un generico fascista ucciso il 28 aprile 1945.

Invece è Carlo Barzaghi, l’autista di Franco Colombo, il comandante della Legione Autonoma Mobile Ettore Muti di Milano.

Carlo Barzaghi è il boia del Verziere, il boia del Verzeè, responsabile di efferati crimini di guerra: la compilazione di numerosi elenchi di ebrei e oppositori poi deportati nei campi di sterminio e la fucilazione di quindici prigionieri politici (10 agosto 1944, Milano, Piazzale Loreto), detenuti nel carcere di San Vittore su ordine di Walter Rauff e Theo Saewecke, funzionari della Sicherheitspolizei di stanza all’albergo Regina di Milano.

I corpi senza vita dei quindici oppositori al regime fascista vengono lasciati per ore in Piazzale Loreto,sotto il sole cocente di agosto, davanti alla popolazione rabbiosa, impotente e in lacrime.

Barzaghi non è quindi un fascista qualsiasi, un innocente ucciso nei giorni dopo la Liberazione.

Barzaghi viene arrestato dai partigiani in via Maffei a Milano, come ricorda la foto, poi trascinato in Piazzale Libia, nel luogo in cui mesi prima lui stesso aveva ordinato l’assassinio di un gruppo di partigiani, infine, dopo una breve fuga, colpito a morte in via Lazio.

E tutto questo non è scritto nel libro di Giampaolo Pansa.

Perché?

Ma il progetto di riscrivere la storia contemporanea è più articolato.

Dal marzo 1994, i governi di centrodestra sovvertono i valori scritti nella Costituzione nata dalla Resistenza attraverso disegni e decreti di legge antidemocratici, inseriscono emendamenti in finanziarie che determinano la parificazione tra partigiani e repubblichini sul piano storico e perfino economico.

C’è di più.

Il centrodestra propone perfino lo spostamento della festa del 25 aprile in altra data.

E’ come se si chiedesse agli americani e ai francesi di posticipare l’anniversario dell’indipendenza (4 luglio), e la presa della Bastiglia (14 luglio).

Questo clima culturale e politico favorisce la proliferazione di gruppi della destra radicale (Forza Nuova, Fiamma Tricolore, Casa Pound, gruppi naziskin), che si ispirano dichiaratamente alle ideologie fasciste e naziste.

Ecco cosa serve un libro e uno spettacolo di teatro civile sulla Resistenza, 67 anni dopo.

Serve per narrare la vita di uomini e di donne che con le loro azioni coraggiose hanno cambiato il corso della Storia.

Per smontare pezzo dopo pezzo, attraverso l’oggettività della documentazione orale e scritta e la forza delle parole, le tesi del nuovo revisionismo.

Soprattutto serve per trasferire alle nuove generazioni la memoria di migliaia di persone che hanno pagato, anche con la vita, il prezzo delle loro idee di democrazia e di libertà.

Almeno 45mila partigiani civili italiani morti in combattimento o fucilati dopo atroci torture.

22 mila mutilati e invalidi.

45mila soldati uccisi in azione, quelli che dopo l’3 settembre 1943 (breve armistizio di Cassibile), decidono di schierarsi contro i nazifascisti (34mila esercito, 9mila marina, 2mila aviazione).

20mila soldati morti nei combattimenti poco dopo l’armistizio, 13400 nei trasporti in mare.

10mila militari assassinati nei Balcani.

9500 soldati e 390 ufficiali della 33esima Divisione Fanteria Acqui del generale Antonio Gandin, impegnata a Cefalonia, Corfù e Zante, annientata dai nazisti.

650mila soldati rinchiusi nei lager per essersi rifiutati di aderire alla Repubblica Sociale Italiana, 40 mila sterminati, come altri 36mila civili.

15mila tra civili, partigiani, simpatizzanti della Resistenza trucidati nelle 2274 stragi naziste e repubblichine avvenute in Italia.

Orazione civile per la resistenza è uno spettacolo da me rappresentato in teatri, auditorium, chiese consacrate e sconsacrate, piazze, strade, scuole, festival, rassegne, soprattutto in luoghi di memoria come Villa Triste a Milano, riaperta dopo 66 anni, Parco di Montesole a Marzabotto, Museo della Liberazione di via Tasso a Roma.

Orazione civile per la resistenza è un libro di testo per studenti e di narrativa per adulti.

Raccoglie storie di uomini.

Storie di vincitori, non storie di vinti.

Perché la memoria è come un film in bianco e nero.

A volte viene nascosta, chiusa chiave nei cassetti della storia.

Altre volte, torna, ritorna, e lascia tracce.

Non è memoria buona per anniversari, per tutte le stagioni, buona per parate militari, per finti applausi, buona per politici con la bandiera italiana in mano e l’ipocrisia nel cuore.

Non è memoria del passato.

E’ memoria viva, quotidiana, un ponte tra generazioni diverse.

E’ un impegno civile, quotidiano, fatto di piccole cose, di gesti, di atti pubblici, soprattutto di parole.

Io racconto una storia a te e tu la racconterai ad altri figli, ad altri amici.

E fino a quando queste storie avranno gambe per poter camminare, queste storie non moriranno mai.

Quando qualcuno si stancherà di raccontarle, queste storie moriranno due volte, con le persone e con le ingiustizie.

Ci hanno chiamati in modo dispregiativo i gendarmi della memoria.

Si, siamo fieri e orgogliosi di questa definizione.

Siamo proprio i gendarmi della memoria.

Siamo quelli che hanno deciso di stare da una parte, non abbiamo cambiato bandiera solo per vendere qualche libro in più.

Pensiamo cioè che il peggiore dei partigiani stava dalla parte della democrazia, e il migliore dei repubblichini di Salò era comunque alleato dei nazisti, responsabili dello sterminio pianificato di milioni di ebrei e di oppositori politici.

Nessuna parificazione tra partigiani e fascisti.

Il sangue dei vinti non può essere mischiato con il sangue dei vincitori.

Niente retorica, ma giù le mani dai valori scritti nella nostra Costituzione, la più bella in Europa, valori antifascisti.

Costituzione italiana

Art. 1.

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Art. 2.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo.

Art. 3.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge.

Art. 4.

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro.

Art.10

La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.

Art. 11.

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

Art. 17.

I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi.

Art. 32.

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

Art. 34.

La scuola è aperta a tutti.

E’ per questi e altri motivi che i nostri padri hanno combattuto il fascismo, hanno sognato un paese democratico, un paese in cui un narratore può parlare e scrivere, e voi ascoltare e leggere, senza che nessuna milizia armata possa mai arrestarci.

Se avesse vinto il fascismo e il nazismo non sarebbe accaduto.

Non disperdiamo mai questi valori, rappresentano la nostra carta d’identità, l’unico modo per stare insieme davvero.

 

Ci dicono spesso che bisogna voltare pagina.

Ma almeno bisogna leggerla.

E allora leggiamola fino in fondo, senza perdere neppure una parola.

Vuoi continuare la lettura?

Acquista in sicurezza con Paypal ed effettua il download!

Vai al prodotto

Gian Paolo Serino, La Repubblica.

“Daniele Biacchessi racconta un’Italia che sembra ormai vivere in una perenne ri(e)mozione forzata. Con la voce e la potenza di uno scrittore che è l’unico erede della narrativa civile di Pier Paolo Pasolini.”

Bruno Ventavola, La Stampa.

“Non gli servono effetti speciali. Bastano la sua voce e la musica di un paio di amici. Perché è la storia d’Italia, quella più fosca, più scomoda, più vergognosa, ad accapponare la pelle del pubblico.”

Lionello Mancini, Il Sole 24ore.

“Le pièce teatrali d’impegno civile di Biacchessi vorrebbero essere un contributo a scostare le ante del Paese da quel muro che ne impedisce l’apertura «perché – riflette l’autore – una società che non può fare i conti col passato, non comprende il proprio presente e non può progettare il futuro.”

Diego Carmignani, Terra.

“Il suo stile comunicativo usa moduli differenti, spaziando tra musica e teatro. Quanto ai contenuti, resta coerente con l’idea che linguaggi diversi possano rendere più efficace la ricostruzione e la denuncia delle tante malefatte italiane. In nome di una verità che dovrebbe coincidere con la giustizia.”

L’Eco di Bergamo.

“La parola di Daniele Biacchessi è netta. Intagliata in una voce pastosa e un filo affannata, perfetta per la radio, ma non priva di efficacia in scena.“

Maddalena Tuffarulo, Tabloid.

“La sua vitalità artistica è un continuo fluire tra teatro e musica. Due mondi paralleli e di medesima estensione della sau poliedrica identità che da sempre corre su tre binari: ricerca della verità, memoria e identità, ovvero le persone al centro dei racconti“

Andrea Liparoto, Anpi.it

“Daniele, allora, porta in giro per l’Italia il suo racconto con un tenace piglio da fresco cantastorie della memoria che attira e tira verso promettentissime prospettive di rigenerazione. Scrive all’inizio del libro “Orazione civile per la Resistenza: “Dedico questo libro agli studenti che nei teatri e negli auditorium sono venuti in camerino a cercare da me spiegazioni, percorsi bibliografici e informatici… A quanti in silenzio hanno ascoltato le mie narrazioni”. Gli studenti, i ragazzi.“

Davide Turrini, Il Fatto Quotidiano.

“Storia, e orazione, intessute prima di tutto dai luoghi delle stragi (da Boves in Piemonte all’Hotel Meina sul Lago Maggiore, da Marzabotto a Sant’Anna di Stazzema fino alle Fosse Ardeatine), poi di date e di cifre di morte. Numeri disegnati col sangue di partigiani e semplici civili, donne, vecchi e bambini, condannati a morte da un esercito invasore che in un triennio esercitò un’inaudita violenza cancellando dalla faccia della terra l’essenza stessa del senso dell’esistenza umana.“

Mario Avagliano, storico.

“Biacchessi è curioso, un cercatore di verità. Da buon cronista, si era sempre chiesto chi fosse il fascista con le mani dietro la nuca , trascinato per le strade di Milano da alcuni partigiani armati, ritratto nella fotografia sulla copertina del saggio “Il sangue dei vinti” di Giampaolo Pansa. Nella didascalia del libro di Pansa, in seconda di copertina, si parla genericamente di “fascista ucciso il 28 aprile 1945”. Biacchessi non si è accontentato. Così è andato negli archivi e si è messo alla ricerca di questa immagine. Scartabella che scartabella, eureka!, l’ha trovata. Ed ha scoperto che si trattava di Carlo Barzaghi, l’autista di Franco Colombo, il comandante della legione autonoma mobile Ettore Muti di Milano. Barzaghi non è quindi un fascista qualsiasi, un innocente ucciso nei giorni dell’aprile 1945. È un esponente di spicco della Repubblica di Salò e si è macchiato di vari reati.“

Laura Tussi, Peacelink.

“Biacchessi dedica l’Orazione Civile per la Resistenza ai giovani che ha incontrato al termine dei suoi spettacoli di teatro civile. A tutti i giovani che gli hanno fatto perdere treni per soddisfare domande, dubbi e che hanno implicitamente o anche involontariamente, suggerito idee, richiesto spiegazioni, percorsi bibliografici e informatici e che hanno ascoltato in silenzio le narrazioni.”