Daniele Biacchessi

Chiarelettere 2009

 

 

Prefazione di Ferruccio De Bortoli

Quando Daniele Bacchessi e l’editore Lorenzo Fazio mi hanno chiesto di scrivere la prefazione a questo libro, la mia prima reazione è stata negativa. Meglio di no. Una sofferenza in meno. I ricordi sono ancora un macigno che pesa sulla coscienza e scriverne è doloroso. La rimozione degli avvenimenti, per chi in qualche modo li ha vissuti, e ne porta qualche responsabilità, è tentazione comprensibile.

Poi ho cominciato a leggere, controvoglia, “Passione reporter” e mi sono accorto che l’autore mi stava prendendo per un braccio, quasi strattonandomi, e mi obbligava a riflettere sugli avvenimenti. Ancora una volta. Ma è necessario farlo, Daniele? Purtroppo sì, è necessario. E nel sentirmi di nuovo coinvolto in emozioni, paure e rimorsi, mi accorgevo che Biacchessi stava facendo semplicemente il proprio scomodissimo dovere. Quello di tenere viva la memoria dei fatti affinché le vite dei colleghi, spezzate nella trincea dell’informazione, non siano anche travolte dal più efferato dei delitti: la violenta distorsione degli avvenimenti. Mi sono un po’ vergognato della mia pavidità.

Al lettore che intraprende la lettura di questo libro inchiesta, asciutto e documentato, va data qualche spiegazione. Non ho conosciuto Ilaria Alpi, ma ho incontrato più volte i genitori; per lunghi anni hanno cercato una verità che i giudici non sono riusciti a cogliere. Sono stati a volte trattati come due rompiscatole, ossessionati dal ricordo della figlia. Compatiti in silenzio. L’indagine di Biacchessi, oltre a ricostruire la purtroppo breve carriera di Ilaria, giornalista preparata, scrupolosa e appassionata del suo lavoro, rende loro qualche ragione e li risarcisce delle parole, inaccettabili, pronunciate dal presidente della commissione parlamentare d’inchiesta Carlo Taormina. Rileggerle mi ha fatto ribollire il sangue nelle vene. Un disprezzo di fondo per il lavoro di Ilaria e Miriam, che è sintomatico del fastidio sotto pelle che accompagna la fatica di molti inviati e di tanti giornalisti d’inchiesta. “Perché lo fate? I pericoli, così ve li andate a cercare? Statevene a casa”. Taormina è stato smentito anche dalla Corte Costituzionale. Ilaria e Miran furono testimoni scomodi di traffici illeciti, tra l’Italia e la Somalia, per i quali non mancarono coperture istituzionali, questa è la tesi del libro di Biacchessi. Le coincidenze sono troppe per non avvalorare il sospetto che qualcosa di vero, in quello che afferma l’autore, ci sia.

Conosco meno la vicenda di Antonio Russo, inviato di Radio Radicale e non so dire se la ricostruzione del suo assassinio porti alla conclusione che anche in questo caso un testimone scomodo, quale lo è sempre il giornalista che non si ferma alla superficie degli avvenimenti e delle verità ufficiali, sia stato eliminato. Ma conosco assai meglio le altre due tragedie di cui si occupa questo libro inchiesta. Le ho lasciate in fondo, perché sono le più dolorose. In particolare una, l’uccisione di Maria Grazia Cutuli.

Di Maria Grazia ho detto e scritto molte cose. Ero il suo direttore, e non smetterò mai di pensare che avrei dovuto proteggerla di più. Quando parlo al telefono con la mamma Agata, e lei è così affettuosa e riconoscente, mi sembra di ascoltare una domanda che non mi hai mai rivolto. “Si poteva salvare?”, “Si poteva evitare che si esponesse in quel modo?”. Non ho la risposta, ho rivissuto quelle giornate, ripensato a quei momenti, a quella richiesta frettolosa, come tutto ciò che accade nei quotidiani, di farla entrare in Afghanistan. A quel mio sì, un po’ automatico e per nulla meditato. Ma sono anche convinto che se avessi detto di no, probabilmente lei non si sarebbe fermata, avrebbe seguito Julio Fuentes e gli altri due colleghi, perché quello era ed è il mestiere che Biacchessi descrive bene in questo libro. Un cronista va sui fatti e se ha paura non fa l’inviato, tanto meno di guerra.

Maria Grazia non aveva timori, era appassionata del suo lavoro, animata da una grande voglia di capire e sorretta da una fiducia verso il prossimo persino eccessiva. Le immagini che conservo di lei sono tante, quelle di una collega orgogliosa e schiva, consapevole dei suoi mezzi professionali, verso la quale non ebbi tutte le attenzioni che meritava di ricevere. Mi rammarico molto anche di questo. L’ultima volta che la vidi fu nell’ambasciata italiana di Islamabad. Era notte. E il suo corpo era composto in una semplicissima bara di legno che i nostri militari, da lì a poco, avrebbero caricato su un aereo per riportarla in patria. E sul suo volto era come se ci fosse ancora un sorriso, forse lo stesso che aveva mostrato ai suoi assassini. Non delinquenti comuni. Non fu un agguato a scopo di rapina quello che ne provocò la morte, come scrive Biacchessi, ma un’azione deliberata contro la stampa internazionale, un omicidio politico. Eppure quante se ne dissero, quante ne ho sentite. “La colpa fu tutta sua, che si mise a fumare davanti ai talebani”, ho sentito anche questa. “Ma ancora dobbiamo parlare di questa ragazza imprudente?”. E potrei continuare, purtroppo.

Gli inviati di guerra a volte sono scambiati per dei temerari incoscienti, come se facessero la Parigi Dakar mettendo a rischio se stessi e gli altri. Come se la verità sui fatti della cronaca e della storia non modificasse la nostra vita. Se oggi siamo più liberi e cittadini più consapevoli del nostro ruolo nella società, lo dobbiamo anche al sacrificio di questi colleghi che hanno cercato di capire. E lo hanno fatto per noi. Ci saremmo sentiti meglio nell’ignoranza e nella condizione di oggetti passivi di ricostruzioni affrettate e interessate? No, ci saremmo sentiti peggio, molto peggio.

Raffaele Ciriello non l’ho conosciuto. Ma l’avevo accreditato come fotografo in Israele e nei territori palestinesi. Anche qui un dubbio, atroce. Se avessi detto di no, le cose sarebbe andate diversamente? Se gli avessimo negato l’accredito lo avrebbe ottenuto ugualmente da qualcun altro, soddisfacendo in diverso modo quella sua passione per la professione, coltivata da free lance, lui che aveva studiato medicina, ma come Enzo Baldoni, sentiva l’attrazione per la cronaca di guerra? Queste domande ho continuato a farmele. Ho incontrato diverse volte il padre, Giuseppe, un uomo minuto, incapace di spiegarsi il perché non sia stata fatta piena luce sulla morte del figlio, addolorato per il comportamento assai sbrigativo delle autorità israeliane. Ma anche lui credo avrebbe voluto rivolgermi una domanda simile a quella, mai posta, dalla signora Cutuli. “Perché?, Perché lei non ha fatto nulla?”. Non c’è una foto, anche la più bella, che giustifichi il sacrificio di una vita. Nemmeno un articolo, un reportage. Se oggi tornassi indietro sarei più cauto, e forse finirei per far male, molto male, il mio mestiere. Ma quest’ultima considerazione è solo un’attenuante che non placa i rimorsi.

Non so se i fatti andarono come li descrive Biacchessi nel suo libro, tendo a condividere i dubbi di alcuni colleghi, tra i quali Alberto Negri e Ugo Tramballi, sul fatto che Ciriello sia stato imprudente. Ma continuo a vedere il volto del padre di Ciriello, Giuseppe, che avrebbe voluto per suo figlio una tranquilla carriera in ospedale. E ascolto di nuovo le parole, tese, dei suoi colleghi free-lance. “Perché ci considerate cronisti di serie B? Perché non siamo giornalisti professionisti, come gli altri?”. Ho pianto la morte di Ciriello come fosse quella di un mio collega, ma certo avrei dovuto avere maggiori attenzioni per loro, per i free lance, per i fotografi con un accredito ma senza un contratto, prima. Dopo non serve. Troppo tardi. Sa di scusa. E questo è vero, maledettamente vero.

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Gian Paolo Serino, La Repubblica.

“Daniele Biacchessi racconta un’Italia che sembra ormai vivere in una perenne ri(e)mozione forzata. Con la voce e la potenza di uno scrittore che è l’unico erede della narrativa civile di Pier Paolo Pasolini.”

Bruno Ventavola, La Stampa.

“Non gli servono effetti speciali. Bastano la sua voce e la musica di un paio di amici. Perché è la storia d’Italia, quella più fosca, più scomoda, più vergognosa, ad accapponare la pelle del pubblico.”

Lionello Mancini, Il Sole 24ore.

“Le pièce teatrali d’impegno civile di Biacchessi vorrebbero essere un contributo a scostare le ante del Paese da quel muro che ne impedisce l’apertura «perché – riflette l’autore – una società che non può fare i conti col passato, non comprende il proprio presente e non può progettare il futuro.”

Diego Carmignani, Terra.

“Il suo stile comunicativo usa moduli differenti, spaziando tra musica e teatro. Quanto ai contenuti, resta coerente con l’idea che linguaggi diversi possano rendere più efficace la ricostruzione e la denuncia delle tante malefatte italiane. In nome di una verità che dovrebbe coincidere con la giustizia.”

L’Eco di Bergamo.

“La parola di Daniele Biacchessi è netta. Intagliata in una voce pastosa e un filo affannata, perfetta per la radio, ma non priva di efficacia in scena.“

Maddalena Tuffarulo, Tabloid.

“La sua vitalità artistica è un continuo fluire tra teatro e musica. Due mondi paralleli e di medesima estensione della sau poliedrica identità che da sempre corre su tre binari: ricerca della verità, memoria e identità, ovvero le persone al centro dei racconti“

Andrea Liparoto, Anpi.it

“Daniele, allora, porta in giro per l’Italia il suo racconto con un tenace piglio da fresco cantastorie della memoria che attira e tira verso promettentissime prospettive di rigenerazione. Scrive all’inizio del libro “Orazione civile per la Resistenza: “Dedico questo libro agli studenti che nei teatri e negli auditorium sono venuti in camerino a cercare da me spiegazioni, percorsi bibliografici e informatici… A quanti in silenzio hanno ascoltato le mie narrazioni”. Gli studenti, i ragazzi.“

Davide Turrini, Il Fatto Quotidiano.

“Storia, e orazione, intessute prima di tutto dai luoghi delle stragi (da Boves in Piemonte all’Hotel Meina sul Lago Maggiore, da Marzabotto a Sant’Anna di Stazzema fino alle Fosse Ardeatine), poi di date e di cifre di morte. Numeri disegnati col sangue di partigiani e semplici civili, donne, vecchi e bambini, condannati a morte da un esercito invasore che in un triennio esercitò un’inaudita violenza cancellando dalla faccia della terra l’essenza stessa del senso dell’esistenza umana.“

Mario Avagliano, storico.

“Biacchessi è curioso, un cercatore di verità. Da buon cronista, si era sempre chiesto chi fosse il fascista con le mani dietro la nuca , trascinato per le strade di Milano da alcuni partigiani armati, ritratto nella fotografia sulla copertina del saggio “Il sangue dei vinti” di Giampaolo Pansa. Nella didascalia del libro di Pansa, in seconda di copertina, si parla genericamente di “fascista ucciso il 28 aprile 1945”. Biacchessi non si è accontentato. Così è andato negli archivi e si è messo alla ricerca di questa immagine. Scartabella che scartabella, eureka!, l’ha trovata. Ed ha scoperto che si trattava di Carlo Barzaghi, l’autista di Franco Colombo, il comandante della legione autonoma mobile Ettore Muti di Milano. Barzaghi non è quindi un fascista qualsiasi, un innocente ucciso nei giorni dell’aprile 1945. È un esponente di spicco della Repubblica di Salò e si è macchiato di vari reati.“

Laura Tussi, Peacelink.

“Biacchessi dedica l’Orazione Civile per la Resistenza ai giovani che ha incontrato al termine dei suoi spettacoli di teatro civile. A tutti i giovani che gli hanno fatto perdere treni per soddisfare domande, dubbi e che hanno implicitamente o anche involontariamente, suggerito idee, richiesto spiegazioni, percorsi bibliografici e informatici e che hanno ascoltato in silenzio le narrazioni.”